Campora

Identità e Storia

Il comune è situato nella parte centrale del Cilento, a circa 15 km nord da Vallo della Lucania, ed è parte del suo parco nazionale. La parte orientale del territorio comunale è compresa nell’area forestale di Pruno, ed è collegata ai villaggi tramite una strada provinciale di montagna, la via di Carmignano, che si congiunge con la strada provinciale Pruno-Laurino e successivamente con la Piaggine-Pruno-Rofrano. Nel suo territorio vi scorrono due torrenti: il Trenico, che ne fa da confine occidentale, in lunga parte con Stio, e sfocia nel Calore; ed il Torno, che sfocia nel primo.Il nome Campora deriverebbe dal latino campus, nella duplice accezione di “luogo piano” e di “superficie agraria”Le prime notizie di un feudo e un probabile castello risalgono al periodo normanno (1077-1194), probabilmente al 1170, quando Turgisio de Campora, ciambellano di Terra di Lavoro, ne divenne il proprietario.Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Gioi, appartenente al distretto di Vallo del regno delle Due Sicilie. Nell’immediato periodo postunitario (1862-1863) numerosi cittadini, capeggiati dall’avvocato Giuseppe Tardio, si riunirono in banda armata per contrastare le attività degli invasori piemontesi.Dal 1860 al 1927, durante il regno d’Italia ha fatto parte del mandamento di Gioi, appartenente al circondario di Vallo della Lucania.

Patrimonio Culturale e Naturale

Il Bosco Mangini: 100 ettari di castagno ed ontano.
I boschi di castagno (castanea sativa) hanno nel tempo assunto all’interno del Parco un notevole ruolo sia dal punto di vista ambientale che economico. La loro diffusione,  favorita dalle cure dell´uomo, caratterizza ampi tratti del paesaggio alburnino….
Sensibilmente diverse sono la fisionomia e la struttura dei popolamenti di castagno a seconda che si tratti di castagneti da frutto o di boschi cedui. I boschi trattati con la pratica della ceduazione occupano una fascia altitudinale di potenziale pertinenza in basso dei querceti ed, alle quote piú alte, dei faggeti. I tagli periodici (di solito compresi tra dodici e venti anni) condizionano inoltre la presenza della specie, le coperture e l’evoluzione dinamica di tali fitocenosi. (fonte di riferimento “Il Parco Nazionale del Cilento e Valle di Diano)

Il Bosco Monagna: composto da 400 ettari di piante ad alto fusto, con prevalenza del cerro. 
Si tratta di fustaie coetanee, con altezze variabili tra i 20 e i 30 metri e diametro dei tronchi tra i 10 ed i 50 cm. Lo strato arboreo è fisionomicamente dominato da Quercus cerris a cui si accompagnano in subordine Alnus Cordata, Acer Campestre, Iles aquifolium, Ostrya carpinifolia, Cornus mas, Carpinus orientalis.
Nel sottobosco, per la natura dei suoli, sono frequenti Erica arborea a cui si uniscono Prunus spinosa e Pyracanta coccigea. Discreta risulta anche essere la composizione dello strato erbaceo in cui al predominante Brachypodium sylavaticum si uniscono specie come Oenanthe pimpinelloides, Latyrus niger e l´endemica dell´Appennino centro meridionale Teucrium siculum che caratterizza la serie dinamico-evolutive di queste peculiari formazioni forestali (Aita et al., 1977; Aa, Vv., 1996)

Cappella della Madonna delle Nevi: La cappella della Madonna delle Nevi, detta comunemente della Neve, in Campora, risale alla fine del 600 ed é stata costruita sulle rovine del cenobio italo-greco di San Giorgio risalente al IX secolo. Presenta sulla facciata principale, alla sinistra di chi guarda un piccolo campanile, che racchiude una campana di modeste dimensioni. Essa, tirata a mano, emette un suono argentino, soave inconfondibile, particolarmente festoso perché i suoi rintocchi sono legati al ricordo della festa del 5 di agosto.

La facciata, anticamente tutta bianca, è scandita da tre arcate che preannunciano le tre navate dell’interno a cui corrispondono tre altari. L’altare centrale dedicato alla Madonna, raffigurata a mezzo busto, mentre i due laterali riproducono su tela, rispettivamente, San Michele Arcangelo e San Francesco Saverio.

La cappella ha due ingressi: il principale ha un aspetto imponente, invece il secondario, sulla sinistra è molto piú modesto per fattura e dimensione. Nell’interno troviamo due acquasantiere, scolpite in pietra locale, che sono di una bellezza e precisione scultorea sorprendenti. Quella accanto alla porta secondaria è a forma di conchiglia; l’altra, la principale è perfettamente rotonda ed è sorretta da una colonnina finemente lavorata. Pure in pietra sono le due colonne che delimitano le tre navate. Una nota caratteristica è data dalla presenza di due pozzi (si dice che di acqua sorgiva) posti diagonalmente quasi a definirne il perimetro. Il soffitto, in legno è tutto decorato a mano che riproduce, giusto al centro, una seconda immagine della Madonna, quella che è custodita nella chiesa parrocchiale. Le pitture del soffitto sono di stile barocco-rococó. Predomina la linea sinuosa e serpentina, che alterna motivi architettonici e motivi floreali e vegetali.

Questo santuario, oggi poco noto, un tempo era meta di numerosi pellegrinaggi, come si evince dalle relazioni dei vari vescovi. Tutti attestano una comune caratteristica: il fenomeno della manna. Basti citare la relazione della visita pastorale di Monsignor P. Raimondi, del 19 marzo 1745, il quale, a proposito della nicchia della Madonna annota: “in qua recluditur umorem abundantem dictum manna”.

Chiesa di San Nicola di Mira: Per le esigenze del culto, i primi abitanti utilizzavano la chiesa di San Nicola, fondata probabilmente dai Basiliani, fuori dall’abitato. Le prime relazioni delle S. visite Pastorali dei Vescovi della nostra Diocesi riportano che la chiesa di San Nicola “est antiqua et ut fuit parocia” .

Tra il XIII e XIV secolo, per la crescita della popolazione,  fu costruita, all’interno dell’area edificata, l’attuale Chiesa Parrocchiale, che fu dedicata alla Natività di Maria Santissima.

Percorrendo via Roma, e imboccando la prima traversa sulla destra, si disvela la facciata a capanna della chiesa. Il dislivello tra la strada che percorriamo ed il piano del pavimento della chiesa è occupato dalla cripta che sappiamo coperta con volta a botte. Essa è stata usata, nel corso dei secoli, come luogo di sepoltura.

Del resto, nel linguaggio medioevale, il termine chiesa indicava lo spazio costruito da navata, campanile e cimitero. Il corpo del defunto era affidato alla chiesa e non importava tanto finire in una fossa comune, quanto poter rimanere vicino ai Santi, presso l’altare della Vergine e del Sacramento.

Anche lo spazio antistante l’edificio divenne area cimiteriale per diverso tempo. Il 28 maggio 1727 il vicario Riccio Pepoli, durante la S. Visita ordinò all’università di costruire un nuovo cimitero “a parti esteriori ipsius Ecclesiae”.

La facciata, a due spioventi, detta capanna, è di stile romanico. Nella parte superiore vi è un oculo e, ad un livello più basso, tre finestre rettangolari e strombate. L’impianto della chiesa, ad andamento est ovest, richiama alla mente altre chiese bizantine a due navate, in cui l’altare maggiore è posto nella parte absidale di una navata, che costituiva, pertanto, la vera chiesa officiante, mentre l’altra navata costituiva il corpo minore della chiesa, il paraclesion.

La struttura muraria è costruita da blocchi di calcare tenuti da malta e cocci di cotto. La dimensione dell’edificio, spessore delle mura compreso è di m. 25 per m. 22. La copertura era a trabeazione, successivamente fu realizzato il soffito, che è stato recentemente restaurato. Nel tempo la chiesa ha subito diverse modifiche e sicuramente un consolidamento che ne hanno alterato l’originale aspetto. Ciò che a noi oggi si presenta è una chiesa ad una navata con un presbiterio absidato con la sua copertura a cupola. Come è stato detto, il corpo della chiesa aveva sulla destra una navata laterale più piccola separata da una più grande, da due archi a tutto sesto, con altare e fonte battesimale.

Con i lavori di consolidamento, intorno al 1930, gli archi furono murati. La chiesa era sub titolo Navitatis S. Maria Virginis, la festa della dedicazione era il 21 febbraio, corrispondente alla consacrazione della chiesa. Si entra nella chiesa attraverso un bel portale in pietra sovrastato dallo stemma del comune di Campora, nobile testimonianza del lavoro che abili scalpellini hanno disseminato in questo paese. Oggi la chiesa si presenta come una semplice aula rettangolare, sopra la pensilina posta sulla porta d’ingresso, si trova l’organo, opera realizzata nel 1751, da Silverio Carelli, organaro conosciuto in tutto il Cilento. Sulla sinistra dell’ingresso è posta una pregevole pila per l’acqua santa, scolpita in pietra calacarea; sulla destra, in corrispondenza della porta d’ingresso della navata laterale, si può ammirare una bellissima vasca battesimale, opera del 1589.

Ai lati dell’abside presbiteriale si trovano due altari: quello lato Vangelo è dedicato alla Madonna della Neve, quello lato Epistola a San Nicola di Mira, nelle nicchie sopra gli altari si possono ammirare la bella Statua della Madonna della Neve, e quella a mezzo busto di San Nicola, sculture policrome di interessante fattura e di notevole qualità formale ed esecutiva, entrambe databili nella prima metà del XIX secolo, di scuola napoletana, con una bella policromia e una preziosa doratura delle vesti, arricchita da una decorazione, sia dipinta che incisa.

Sulla sinistra dell’abside trovasi la torre campanaria a canna quadrata, modulata su quattro piani. Il secondo ed il terzo piano sono bucati da monofore su ogni lato, mentre il terzo è alleggerito da bifore. Il campanile si concludeva originariamente a questo punto, il quarto piano è stato realizzato successivamente per installare l’orologio, con i quadranti su ogni faccia.

Un articolo del Dr. Beniamino Casuccio

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Densità

Patrimonio Culturale e Naturale